Nato a Roma nella metà del secolo scorso, ho sempre avuto la passione per il disegno. A nove anni avevo la casa tappezzata con disegni di tutti i personaggi di Disney e a quattordici li avevo già sostituiti con i nudi della Cappella Sistina.
Le prime mostre importanti furono collegate all’attività culturale e commerciale che si svolgeva ogni estate sulle sponde del Tevere legata alle splendide manifestazioni artistiche che si svolgevano nell’ambito del Tevere Expo. Da lì mi si aprirono le porte per numerosi concorsi artistici che affrontai con risultati lusinghieri.
La svolta avvenne negli anni 80 con una mostra organizzata all’Orangerie di Versailles a Parigi, riservata ad artisti italiani e per la quale fui selezionato. Fu l’incontro con pittori interessanti e la nascita di un piccolo cenacolo artistico che crebbe intorno ad una idea pittorica cui demmo il nome di Grumatica.
Con questa pittura entrammo, giovani pittori, nelle frenetiche notti romane degli artisti che facevano ricerca. La grumatica fu presentata al pubblico nel 1985 al Palazzo Farnese di Caprarola in una mostra ad essa dedicata.
Fu un periodo fecondo di lavoro e alcuni esemplari delle opere di quel tempo sono nelle mani di prestigiosi appassionati d’arte. Il gruppo si sciolse dopo qualche anno e ognuno di noi riprese a dipingere secondo la propria coscienza e ispirazione.

Mario Alberto Agugiaro – artista contemporaneo

L’esigenza di esprimere il proprio IO attraverso la rappresentazione grafica o semplicemente il dipingere è una sensazione che si prova internamente a partire dall’età della ragione.
Comincia con il piacere intimo di immergere le mani nel colore e spargerlo sulla superficie della fantasia godendo a tempo pieno della soddisfazione profonda che l’istinto creativo genera in noi stessi vedendo quel qualcosa che nasce dentro materializzarsi in una armonia di linee, forme e colori.
Attraverso la percezione visiva ci restituiscono la sensazione di partenza proiettandola in una dimensione nuova di comunicazione con chi ci circonda.
Il rapporto tra il creatore e il fruitore diventa così immediato e ripetibile attraverso lo scambio delle sensazioni emotive di chi ha creato l’immagine e quelle di chi le osserva. Quando questa comunicazione avviene e le sensazioni sono percepite nella stessa maniera l’opera raggiunge il suo scopo principale: quello di generare la comunione di anime. E’ il percorso che deve perseguire ogni artista.

Intervista di PitturiAmo a cura di Anna Soricaro

…Tra libertà e rigore nascono piccoli capolavori di figurazione…

Ho visto tutta la sua produzione ed indagato nei dettagli e nei gesti delle sue opere, ho trovato una mano matura, esperta che sa muoversi sul supporto con destrezza e maestrìa. E’ solo una mia sensazione o lei ha una formazione artistica alle spalle che rende la sua pittura così ben inquadrata e studiata?

Sono cresciuto tra le opere d’arte in una famiglia di artisti, era inevitabile non appassionarsi alla pittura. Da piccolo, molto piccolo, disegnavo Minnie e Topolino con una facilità estrema, in fase adolescenziale ho cominciato a ritrarre i nudi di Michelangelo del Giudizio Universale nella Cappella Sistina. All’università l’impossibilità di frequentare la facoltà di architettura mi ha orientato agli studi di Medicina accantonando, in parte, la mia passione per l’arte che non ho mai abbandonato e che ha sempre proceduto con me parallelamente alla mia carriera professionale.

Ho individuato due ricerche, una più vicina ai canoni consueti in cui c’è figurazione e astrazione in una gestualità rapida, un’altra in cui la figura non è mai palesata espressamente, ma scomposta, quale le appartiene maggiormente? Una è più recente dell’altra?

Entrambe sono il frutto di 40 anni di esperienza, con il tempo ho capito che la mia attenzione è sempre stata rivolta alla figura umana. Sin da quando ho cominciato a disegnare i personaggi Disney io ero affascinato dal corpo umano. La mia è un’indagine sulla figura umana, una produzione che procede parallelamente tra costruzione e demolizione, libertà e indagine di perfezione. In fondo ho sempre cercato di fare dell’arte il mio unico motivo di sopravvivenza, ma sono rimasto a metà dell’ultimo miglio. Ho realizzato con una curatrice una sola mostra collettiva all’Orangerie di Versailles in Francia, un’esperienza artistica importante che mi ha lasciato il ricordo di un meraviglioso salotto culturale, poi ho partecipato al Festival di Spoleto e al Festival di Todi, e lì ho venduto tanto perché so di aver prodotto un’arte più comune, svincolata da perfezionismi e ricercatezze. In realtà le opere che vede in cui c’è più liberta sono i momenti che mi concedo in cui non voglio seguire le regole, come ‘sfoghi’, poi torno alla mia passione, alle mie demolizioni e costruzioni in una stessa opera, al rigore e agli schemi.

Con la sua arte ho avuto l’impressione che molte opere fossero identiche cromaticamente nella scelta di un colore dominante, è voluta questa identità similare che affida alle opere o c’è uno studio dietro la scelta cromatica?

I colori vengono scelti in base a ciò che il mio istinto detta, il rosso o il giallo, il rosa o il viola non sono mai esplosivi ed invadenti, tendono ad uniformarsi all’intera costruzione dell’opera e questo è perfettamente voluto perché le mie opere devono essere studiate come le studio io, devono essere scrutate, osservate, analizzate poiché serbano dettagli e minuziosità che solo l’occhio attento sa e può cogliere. I colori vengono naturalmente sulla tavolozza, non sono pensati a monte, utilizzo solo l’olio che ha la magia di poter essere adoperato più volte prima che si asciughi, ma ha anche la grande difficoltà nell’utilizzo.

Ritengo che ogni opera parli sempre dell’artista, sia traccia di una o più componenti caratteriali. In lei trovo minuziosità, puntigliosità ed attenzione al particolare, probabilmente lei è molto preciso sebbene non manchino momenti in cui è sopraffatto dai tanti perchè. Di certo lei mi pare uno sperimentatore che poi sa sempre dove tornare. Ho come la sensazione che ogni opera sia custode di qualcosa, sbaglio in questa interpretazione?

Mi piace sapere e pensare che le mie opere vengano osservate attentamene, ho studiato a lungo la figura umana dal punto di vista anatomico e medico e forse lì che ho inteso che tutto ha un suo perché, che non avrei mai potuto essere architetto perché la mia passione per l’essere umano era innata. Le mie opere è come se custodissero segreti, come se parlassero al pubblico attraverso gesti lenti, rimarcati, contorni neri e figure che un po’ mi appartengono perché questo è il bello dell’arte, custodire, celare e svelare, creare e disfare o come mi piace affermare per le mie opere ‘montare e smontare’.

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